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Quel famoso parassita del gatto

Nella quotidiana pratica ambulatoriale capita non di rado di dover tranquillizzare donne in dolce attesa allarmate oltre misura dalla possibilità di contrarre la famigerata toxoplasmosi. A far le spese di una terroristica e non sempre corretta campagna d'informazione sono incolpevoli gatti improvvisamente abbandonati dai loro padroni solo perché questi "non vogliono correre rischi!" Come sono solito dire anche questa volta dobbiamo fare chiarezza sull'argomento.

La toxoplasmosi è una malattia che interessa la maggior parte degli animali, sia domestici che selvatici, provocata da un piccolo parassita, toxoplasma gondii un protozoo che comunque vede nei felini gli ospiti in cui compiere un ciclo riproduttivo completo. Il gatto si infesta ingerendo carni o visceri di animali contaminati tra cui naturalmente topi ed uccellini e nell'intestino di questo i parassiti dopo tre o quattro giorni si moltiplicano, contaminando il materiale fecale con ovocisti infestanti per circa un mese. Gli animali erbivori a loro volta contraggono la parassitosi cibandosi di foraggi contaminati da queste deiezioni ma non sviluppano la malattia a livello intestinale. Infatti i protozoi invadono tutto l'organismo localizzandosi in cisti reperibili in cervello, muscoli, cuore, visceri ecc.

Queste formazioni cistiche diventano la maggior fonte di trasmissione della malattia per animali carnivori ed onnivori che si cibano delle carni in cui esse sono contenute. L'uomo si infesta ingerendo vegetali o carni contaminate dal toxoplasma che comunque risulta in esso relativamente poco patogeno tanto da passare il più delle volte inosservato. A volte si può assistere ad una scarsa sintomatologia caratterizzata da febbre, cefalea e soprattutto ingrossamento linfonodale. Superata la malattia permane nell'organismo un corredo anticorpale che lo protegge da ulteriori infestazioni.

Per questa ragione le donne che hanno contratto la toxoplasmosi superandola (cosa verificabile con appositi esami del sangue) non corrono alcun pericolo in gravidanza. Se viene contratto da donne non immuni, nei primi mesi di gestazione, il parassita può provocare aborto, mortalità neonatale o gravi lesioni al feto soprattutto neurologiche ed oculari. Nel gatto la toxoplasmosi può essere asintomatica o , nei casi più gravi, accompagnata, in fase acuta, da una grave forma di dissenteria seguita da un ingrossamento dei linfonodi, da polmonite, febbre e lesioni muscolari. Può raramente essere mortale.

Se invece viene instaurata precocemente una terapia sulfamidica si ha una guarigione completa e la formazione di una solida immunità. Detto tutto questo concludiamo con alcune norme profilattiche sia pratiche che igieniche ricordando che questa malattia è facilmante controllabile e prevenibile. Statisticamente è provato che la maggior parte delle persone contagiate ha contratto la malattia pur non possedendo felini: carni poco cotte (a meno di 70° C), crude, ortaggi e verdure mal lavate sono i principali veicoli del parassita in oggetto. Le donne in gravidanza che avendo fatto esami sierologici sono risultate negative e quindi prive di immunità contro questa malattia, dovrebbero astenersi dal consumo di preparazioni carnee crude o scarsamente cotte e lavare accuratamente ed a lungo le verdure prima di consumarle.

Inoltre è sempre buona cosa cuocere bene anche i cibi destinati al gatto che contaminandosi potrebbe diventare pericoloso per gli altri soggetti di casa. Naturalmente i gatti più a rischio sono quelli che sono soliti cibarsi di rettili, uccellini, topi, ecc. Essendo praticamente impossibile lavare loro questi prelibati spuntini, è meglio trattarli seguendo le comuni norme igieniche , come il lavarsi le mani dopo averli toccati. E' buona cosa poi asportare giornalmente le deiezioni dei nostri amici felini usando possibilmente guanti di gomma ed evitare il contatto coi luoghi nei giardini dove i randagi potrebbero sporcare. Ed il cane? Come carnivoro corre il rischio di contagiarsi come l'uomo ma per esso non rappresenta un veicolo del parassita… a meno che qualche buontempone non decida di nutrirsi con un tenero cosciotto crudo di barboncino.

a cura del veterinario  Dr. Giovanni Gallotti  

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