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Fip: un male misterioso  

È prerogativa dell'ambiente medico-scientifico dare nomi ufficiali lunghissimi alle malattie, salvo poi sostituirli con sigle che risultano arcane (non "ar cane" in romano) non solo al pubblico ma anche agli addetti ai lavori.

Una di queste è ormai da molto tempo sulla bocca di veterinari, allevatori e proprietari di gatti con tutto il suo alone di mistero: PIF ovvero peritonite infettiva felina, che diventa FIP per gli amanti della lingua anglosassone.

Difficile dare, in modo semplice, un'identità alla malattia che purtroppo presenta ancora molti lati oscuri.

La PIF-FIP è una malattia virale letale della specie felina provocata da ceppi particolarmente virulenti di "coronavirus enterici" largamente diffusi tra i gatti. Questi agenti infettivi non necessariamente determinano la malattia, quindi nella popolazione felina vi è una buona percentuale di soggetti portatori sani.

Per cause non ancora ben chiarite, anche se il calo delle difese immunitarie sembra il maggior responsabile, i coronavirus della PIF-FIP si moltiplicano e, utilizzando alcuni globuli bianchi (macrofagi e monociti) si distribuiscono nell'organismo. L'incontro tra le numerose particelle virali (antigeni) e le immunoglobine (anticorpi) provoca la formazione dei cosiddetti "immunocomplessi" che vanno a depositarsi a livello dei capillari sanguigni, provocandone una infiammazione (vasculite).

Maggiormente colpite sono le membrane più esterne delle visceri addominali e toraciche (sierose) tra cui il peritoneo da cui il nome generico di "peritonite infettiva".

Queste vasculiti provocano versamenti addominali e pleurici o granulomi sulle sierose e negli organi parenchimatosi.

La malattia colpisce statisticamente in maggior misura i gatti di età compresa fra i tre mesi ed i 5 anni ma non sono rarissimi i casi su animali più anziani a causa del probabile calo di immunità correlato alla senescenza.

Probabilissima sembra la trasmissione del virus da madre a feto per via transplacentare e la patologia è sicuramente più diffusa in allevamenti, pensioni, ricoveri e colonie laddove più facile è l'accesso a portatori sani. Per questioni probabilmente genetiche i gatti persiani sembrano i più colpiti.

In base alla sintomatologia vengono distinte clinicamente diverse forme di PIF-FIP.

La forma cosiddetta "umida" presenta, oltre ai classici sintomi delle malattie virali come febbre, apatia, perdita di peso, vomito e dissenteria (a volte), presenta il caratteristico aumento del volume addominale per effetto dell'aumento del liquido peritoneale. Questo fluido dal caratteristico contenuto proteico può raggiungere anche il litro e conferisce all'animale un aspetto di "addome a botte". Anemia e soprattutto ittero sono altri segni clinici facilmente riscontrabili.

La forma definita "secca" mostra evidentemente i sintomi legati al danneggiamento degli organi colpiti dalle masse granulomatose. Oltre ai segni generici sopracitati, abbiamo una febbre cronica, della durata di 15-20 giorni, resistente ai trattamenti antipiretici ed antibiotici, linfoadenopatie, reni bozzellati, danni polmonari, epatomegalia ed ittero, danni oculari e spesso lesioni encefaliche con turbe neurologiche.

La diagnosi certa di entrambe queste forme è purtroppo quella autoptica anche se la refrattarietà ai trattamenti terapeutici, la sintomatologia e soprattutto l'analisi chimico-fisica del liquido addominale spesso indirizzano il clinico verso un sospetto di PIF-FIP.

Esistono test da effettuare sul sangue di gatti sospetti che però presentano una bassa specificità: spesso risultano positivi ad essi anche gatti venuti a contatto casuale con altri coronavirus, mentre invece risultano negativi gatti con forme evidentemente conclamate.

Non esistono attualmente terapie specifiche per questa virosi se non quelle generiche di sostegno associate… alla speranza che non si tratti di PIF-FIP.

Un gatto che presenta una forma di peritonite conclamata non necessariamente deve essere isolato in quanto ha probabilmente contagiato il 90% dei soggetti con cui è venuto a contatto, ricordando che meno del 15% di essi sviluppa la malattia.

Opportuno, invece, adottare delle misure cautelative prima di introdurre soggetti anche sani ma provenienti da luoghi endemici o da mostre ed esposizioni ed è buona cosa ricordare che spesso l'uomo può fungere da veicolo passivo.

Dopo decessi per PIF-FIP è possibile reintrodurre gatti nello stesso ambiente avendo però l'accortezza di disinfettare lo stesso con candeggina diluita (3%).

a cura del veterinario  Dr. Giovanni Gallotti

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