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Carbonchio -  Il male nero

In quest'epoca di missili intelligenti, bombe atomiche, armi elettroniche sempre più efficaci, nessuno si sarebbe mai immaginato di avere paura per una malattia che da più di un secolo aveva smesso di far parlare di sé. Già allora fortemente legata ad una realtà rurale e contadina, essenzialmente basata sullo stretto rapporto uomo-animale, il carbonchio ematico (o antrace)  si è scoperto punta di diamante del terrorismo biotecnologico messo in atto dai nuovi professionisti   del panico collettivo.

I più anziani di noi ricorderanno ancora immagini e disegni del dott. Pasteur, scopritore dell'agente causa della malattia, intento nei suoi studi su animali affetti da carbonchio, con i quali spesso i testi sconosciuto d'epoca introducevano i capitoli dedicati ai famosi microbi. Forse è meglio dare un freno ai ricordi  d'altri tempi e  procedere con ordine.
Il carbonchio ematico è una malattia infettiva acuta che interessa praticamente tutti gli animali a sangue caldo ed è provocata da un batterio (non un virus come indicato da molti giornalisti!) chiamato bacillus antracis. Questi, a contatto con l'aria, è in grado di difendersi formando spore resistenti ad alte temperature, disinfettanti comuni ed essicamento, che possono contaminare materiali e soprattutto terreni.

La malattia un tempo era propagata da animali che pascolavano su quelli che venivano lugubremente chiamati 'campi maledetti'. L'infezione si trasmette per via gastroenterica con l'ingestione di carni malate o alimenti contaminati da spore, per via polmonare per inalazione delle stesse o per via cutanea attraverso  ferite della pelle.  In casi limite anche gli insetti possono fungere da veicoli di contagio. Non esiste la trasmissione diretta da uomo a uomo. La malattia cutanea era conosciuta come patologia tipica dei conciatori di pelle e dei lavoratori della lana, entità professionalmente più esposte al contatto con  materiali contaminati.

Negli animali le forme più tipiche riguardano ovini e bovini nei quali, dopo una breve incubazione (3 / 7 giorni) l'infezione esplodeva con disturbi sistemici: rapido deperimento, gravi problemi respiratori e repentini danni ai principali apparati vitali. L'animale assumeva una colorazione brunastra e dalle aperture naturali fuoriusciva sangue nerastro, motivo per il quale venne coniato il nome di antracis (nero). Causa delle lesioni la grande quantità di tossine prodotte dal batterio nell'organismo. Nell'uomo la forma più comune è la quella localizzata, caratterizzata da pustole cutanee provocate da spore penetrate attraverso la pelle. Questa forma non era e non è mortale. Più gravi ma fortunatamente più rare (per il rigoroso controllo della carni da parte dei servizi veterinari) sono le forme gastroenteriche e polmonari,   forme di cui si parla solo adesso.  Queste ultime due evenienze, se non riconosciute, sono mortali. 

La malattia in fase iniziale presenta sintomi simili a quelli dell'influenza per poi esplodere in tutta la sua  intensità con grave insufficienza polmonare, shock e morte per lesioni, anche cerebrali, da tossine.  La diagnosi certa di carbonchio è essenzialmente di laboratorio essendo ormai adottati   test ematici in grado di identificare con certezza la presenza del batterio. Negli animali veniva diagnosticato semplicemente dagli evidenti sintomi clinici e vista la notevole capacità del microrganismo  di contaminare materiali e terrene con spore, venivano addirittura proibite le necroscopie. Essendo il bacillus antracis un batterio e non un virus è sensibile a diversi antibiotici, soprattutto se aggredito precocemente. Impossibile invece neutralizzare l'azione delle tossine prodotte in fase di malattia conclamata e vere responsabili della morte del soggetto colpito. 

Esistono diversi tipi di vaccini non interscambiabili per animali e uomo, per essere efficaci devono essere inoculati  molto tempo prima dell'esposizione al microrganismo e necessitano di parecchie iniezioni di richiamo. In periodi di epidemie carbonchiose venivano messe in atto norme di polizia sanitaria molto rigide per evitare il diffondersi della malattia.   Queste prevedevano la messa in quarantena di allevamenti sospetti, l'immediata distruzione di animali morti e con essi lettiere, letame ed altri materiali contaminati, mediante incenerimento ed infossamento profondo, disinfezione rigorosa de stalle,   recinti, locali e attrezzature, l'osservanza  di strette norme igieniche   da parte di tutto il personale impiegato. E' importante tuttora il controllo di animali selvatici che si nutrono di carogne. 

Nei paesi dove attualmente il carbonchio  è presente, gli uomini non vaccinati dovrebbero evitare il contatto con i capi di bestiame vivi, i derivati animali ed evitare di cibarsi con carne macellata e cotta in modo  non appropriato.  Il vero pericolo attuale sono le spore sparse in modo doloso sui materiali più disparati soprattutto postali. E' evidente come sia impossibile una prevenzione su questo tipo di contaminazione se non ponendo attenzione alla presenza di polveri sospette dove non dovrebbero esserci. Purtroppo, pur non essendo elevato almeno attualmente il rischio di contagio, i bioterroristi hanno raggiunto il loro scopo: spargere nei poco informati la psicosi della morte nera. Probabilmente nel lontano 1876 Koch e Pasteur scoprendo il bacillus antracis pensavano di avviare  la cosiddetta 'rivoluzione batteriologica' che avrebbe portato l'umanità verso un mondo  senza malattie.  Mai avrebbero potuto immaginare che un secolo dopo un pazzo avrebbe coniugato guerra e pestilenze perché quel sogno rimanesse un'utopia.

a cura del veterinario  Dr. Giovanni Gallotti

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